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Una nuova inchiesta è stata aperta dalla Procura di Marsala a seguito dell'intercettazione ambientale dell'11 ottobre 2004 in
cui si ascolta un dialogo tra Jessica Pulizzi e la sorella minore Alice. La prima avrebbe detto alla seconda che la loro madre, Anna Corona, ha ucciso Denise. Il fascicolo aperto dalla procura in questo momento è contro ignoti. Jessica, attualmente sotto processo davanti alla terza sezione della Corte d'appello di Palermo per concorso in sequestro di minorenne - avrebbe detto in dialetto alla sorella, secondo la trascrizione del perito, "Eramu n'casa, a mamma l'ha uccisa a Denise" (Eravamo a casa, la mamma ha ucciso Denise). Ad ascoltare e trascrivere la frase, pronunciata a bassa voce, è stato il perito nominato dalla Corte d'appello, Massimo Mendolìa. Anna Corona, assieme ad altri, era stata indagata per concorso in sequestro, ma poi il procedimento fu archiviato. "Se la notizia relativa all'apertura dell'inchiesta è vera - dice l'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di parte civile che assiste Piera Maggio, mamma di Denise - il fatto che venga divulgata mette sull'avviso gli interessati". Denise Pipitone sparì da Mazara del Vallo (Tp) il primo settembre 2004. Sotto processo, per sequestro di persona, finì la sorellastra Jessica Pulizzi, nata dal matrimonio tra Anna Corona e Piero Pulizzi, padre naturale di Denise. Il 27 giugno 2013, Jessica, che adesso ha 27 anni, è stata assolta dal Tribunale di Marsala "per non aver commesso il fatto", anche se con la formula del secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale ("mancata o insufficiente formazione della prova"). Per l'imputata l'accusa aveva chiesto 15 anni di carcere.
cui si ascolta un dialogo tra Jessica Pulizzi e la sorella minore Alice. La prima avrebbe detto alla seconda che la loro madre, Anna Corona, ha ucciso Denise. Il fascicolo aperto dalla procura in questo momento è contro ignoti. Jessica, attualmente sotto processo davanti alla terza sezione della Corte d'appello di Palermo per concorso in sequestro di minorenne - avrebbe detto in dialetto alla sorella, secondo la trascrizione del perito, "Eramu n'casa, a mamma l'ha uccisa a Denise" (Eravamo a casa, la mamma ha ucciso Denise). Ad ascoltare e trascrivere la frase, pronunciata a bassa voce, è stato il perito nominato dalla Corte d'appello, Massimo Mendolìa. Anna Corona, assieme ad altri, era stata indagata per concorso in sequestro, ma poi il procedimento fu archiviato. "Se la notizia relativa all'apertura dell'inchiesta è vera - dice l'avvocato Giacomo Frazzitta, legale di parte civile che assiste Piera Maggio, mamma di Denise - il fatto che venga divulgata mette sull'avviso gli interessati". Denise Pipitone sparì da Mazara del Vallo (Tp) il primo settembre 2004. Sotto processo, per sequestro di persona, finì la sorellastra Jessica Pulizzi, nata dal matrimonio tra Anna Corona e Piero Pulizzi, padre naturale di Denise. Il 27 giugno 2013, Jessica, che adesso ha 27 anni, è stata assolta dal Tribunale di Marsala "per non aver commesso il fatto", anche se con la formula del secondo comma dell'articolo 530 del codice di procedura penale ("mancata o insufficiente formazione della prova"). Per l'imputata l'accusa aveva chiesto 15 anni di carcere.
Utilizzano sempre di più il web alla ricerca di consigli pratici, si connettono con lo smartphone ai social network nei ritagli di tempo, utilizzano i tablet non solo per svago, ma come strumento per educare i propri figli. Il ritratto delle mamme italiane di oggi emerge da uno studio condotto da Nostrofiglio.it in collaborazione con la società Nielsen.
I risultati di una ricerca del portale Nostrofiglio.it con Nielsen:
7 mamme su 10 possiedono un dispositivo mobile
4 mamme su 10 condividono esperienze sui social network
Il 70% considera il tablet uno strumento utile per educare i figli
Utilizzano sempre di più il web alla ricerca di consigli pratici per affrontare i problemi quotidiani e trovare velocemente risposte ai loro dubbi, si connettono con lo smartphone ai social network nei ritagli di tempo per condividere frammenti delle loro esperienze di vita, utilizzano i tablet non solo per svago, ma come strumento per educare i propri figli.
Il ritratto delle mamme italiane di oggi emerge da uno studio condotto da Nostrofiglio.it, il portale per famiglie di Gruner+Jahr/Mondadori diretto da Sarah Pozzoli, in collaborazione con la società Nielsen.
I risultati della ricerca sono stati presentati oggi a Milano durante un convegno dal titolo “Digital Family, genitori (e figli) tra touch screen e social network”.
La ricerca evidenzia innanzitutto che il 68% delle mamme con figli tra 0 e 5 anni dispone di uno smartphone, mentre Il 25% possiede un tablet. L’elevata penetrazione di smartphone e tablet è un primo indizio di come le mamme di oggi adottino velocemente le innovazioni tecnologiche piegando il loro utilizzo alle esigenze della vita quotidiana, nella quale sempre meno incisivo è il ruolo della tv, definita “strumento indispensabile” solamente da una mamma su 5, contro il 51% di chi non farebbe mai a meno del PC.
Le mamme dichiarano poi di trascorrere su internet, come media giornaliera, più di tre ore e mezzo. L’84% delle intervistate dichiara di collegarsi da casa. Tuttavia oltre un terzo dice di navigare con il telefono cellulare. A queste due modalità di connessione, corrispondono due differenti esperienze di “tempo”. Da un lato quello trascorso al computer, che si configura come un tempo “dedicato” e quindi “di qualità”, dall’altro quello trascorso tramite il telefono cellulare, che si configura come “tempo ritagliato” all’interno di momenti di “transizione” (tipicamente gli spostamenti).
Andando ad approfondire quali sono le attività svolte sul web dalle mamme italiane, si nota come quella più diffusa sia l’uso dei social network se si considerano i dispositivi mobili, l’invio di posta elettronica se si fa riferimento all’utilizzo di un PC fisso. Ha avuto accesso o ha condiviso recentemente informazioni sui social network da mobile il 27% delle mamme. Seguono la gestione della posta elettronica (26%) e la lettura dei siti di informazione (21%). Chi fruisce dei siti specializzati nei temi della maternità e dell’infanzia è Il 16%.
I device mobili sono importanti risorse per la gestione della vita famigliare dal punto di vista sia affettivo, sia pratico. Il 40% delle mamme infatti condivide immagini e video legati alla famiglia tramite social media. A essere condivise sono soprattutto le fotografie (47% di chi risponde affermativamente) ed eventi/episodi della giornata del bambino (23%). Solo un quinto delle mamme considera i social network una rinuncia alla privacy, preferendo considerarli come un modo per condividere la propria vita con parenti e conoscenti. Inoltre quasi il 30% delle intervistate dichiara di utilizzare il proprio device per la gestire la vita familiare, per cercare attività interessanti o per trovare offerte vantaggiose. Il 14% integra l’utilizzo delle tecnologie mobili nel processo di acquisto di generi alimentari, dichiarando di consultare ricette quando si trova su un punto vendita.
L’importanza del fattore tempo è ulteriormente evidenziata dal cambiamento del paniere dei consumi mediali successivo alla nascita dei figli. Mentre oltre la metà delle intervistate dichiara di aver ridotto il tempo dedicato alla fruizione dei media tradizionali (TV e stampa), circa un terzo dice di avere aumentato quello legato a specifiche attività online. Il ricorso al commercio elettronico, la consultazione dei siti di couponing e l’utilizzo dei servizi di online banking si configurano come parte di una più ampia strategia tesa a ottimizzare sia i tempi della giornata, sia il budget familiare.
Ma la tecnologia, da quanto emerge dalla ricerca Nostrofiglio.it/Nielsen, non è solo uno strumento di gestione del tempo e di organizzazione della vita famigliare. Il 56% delle mamme dichiara di utilizzare internet con proprio figlio. Inoltre, il 53% di coloro che dichiarano di possedere un tablet afferma di lasciarlo utilizzare al bambino. In generale, infatti, il 78% delle mamme considera smartphone e tablet alla stregua di un passatempo/gioco poco ingombrante; il 70% ritiene anche che possano avere un ruolo formativo nella crescita del bambino.
Un bambino di Verona, tra i sopravvissuti alla tragedia della Concordia,aveva perso l'orsacchiotto di peluche nel naufragio:i sub lo recuperano
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GROSSETO - Una storia decisamente originale, oltre che profondamente romantica, è stata raccontata oggi dal Corriere
Fiorentino e da L'Arena. Un bambino di Verona, tra i sopravvissuti alla tragedia della Costa Concordia, aveva perso il suo orsacchiotto di peluche nel naufragio: un orsacchiotto per lui così importante, da quando ha perso la madre, che senza non riusciva più ad addormentarsi.
Quel peluche, dopo la morte della mamma, era diventato il suo compagno più fedele: ma dopo il naufragio e l'approdo all'isola del Giglio, quando il bimbo viene salvato dai soccorsi insieme al padre, l'orsacchiotto non si trova più, rimasto a bordo della nave. Passati i primi giorni, ospiti di una famiglia di Campese, padre e figlio tornano a casa, ma ogni sera il bambino chiede al papà dell'orsacchiotto, senza il quale non riesce a prendere sonno. L'uomo confessa il problema alla stessa famiglia che lo aveva ospitato, e il passaparola porta la voce ai vigili del fuoco, che hanno recuperato il peluche smarrito e lo hanno recapitato al bambino. Che ora può tornare a dormire sonni tranquilli.
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La tenevano in punizione per ore, chiusa sul balcone, dopo averla insultata e picchiata. La ragazzina, di appena dodici anni, veniva trattata come una schiava dai genitori, padre albanese e madre ecuadoriana, e proprio da papà e mamma la piccola è .stata "liberata", dopo anni di angherie nella sua casa dalla polizia di Rapallo, che ha arrestato i suoi genitori. La coppia è accusata di sequestro di persona e riduzione in schiavitù.
La ragazzina era costretta a fare i lavori in casa e poteva mangiare soltanto gli avanzi delle pentole.
A far scattare le indagini degli agenti della squadra investigativa del Commissario di Rapallo, dove la piccola viveva, è stata una denuncia al tribunale dei minori su segnalazione anonima a Telefono Azzurro.
La bimba era costretta con la forza a servire i genitori e i due fratelli maschi più piccoli, che non la facevano sedere a tavola con loro e la costringevano a mangiare soltanto i loro avanzi. Le percosse e gli insulti, secondo quanto sostenuto dalla polizia, erano frequenti, tanto che per le violenze subite la ragazzina pronuncia soltanto poche parole.
La piccola è stata prelevata dai servizi sociali, che ora l'hanno in affidamento, alla scuola media che frequentava saltuariamente. Padre e madre l'avevano mandata a lezione con addosso soltanto il pigiama e le ciabatte. I genitori aguzzini si trovano ora in carcere. L'inchiesta viene condotta dalla procura della Repubblica di Chiavari.
Il racconto dei genitori, il dramma della 12enne
"Vuole mettere soltanto il pigiama", "alla mattina non si vuole alzare e fa i capricci". Hanno tentato di giustificarsi con queste parole i genitori della bambina arrestati a Rapallo.
Più volte gli insegnanti della scuola media dove talvolta andava la dodicenne hanno chiesto spiegazioni ai genitori per lo stato di abbandono e trascuratezza in cui si presentava la piccola. "E' colpa sua, non possiamo farci niente, non vuole venire a scuola e siamo costretti a portarla con addosso ancora il pigiama", era la scusa usata dai genitori per nascondere le angherie scoperte dalla polizia.
E proprio in pigiama e ciabatte gli agenti hanno prelevato la piccola a scuola la scorsa mattina. La polizia non esclude che le violenze nei confronti della dodicenne fossero motivate dal fatto che era una femmina. Altri accertamenti sono tutt'ora in corsa per cercare di capire la disparità di trattamento rispetto ai due fratelli che, secondo quanto ricostruito dalla stessa polizia, venivano invece trattati in maniera normale.
TRENTO Avrebbe abortito la 16enne incinta che i genitori avevano portato in Tribunale
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TRENTO / Avrebbe abortito la 16enne incinta che i genitori avevano portato in Tribunale per convincerla a non portare avanti quella gravidanza frutto di una relazione con un ragazzo albanese “violento”.
La vicenda arriva dalla provincia di Trento, comparsa sui quotidiani locali e ripresa anche dai nazionali. La ragazzina da qualche tempo frequentava un giovane appena diciottenne arrivato in Italia dall’Albania ancora ragazzino. Quando i genitori della 16enne si sono accorti della gravidanza – nausea e malesseri che una madre sa decifrare – non hanno avuto dubbi, quel nipotino non lo volevano, perché “lui è un violento”. E via a ripetere quella frase “è per il tuo bene”. Ma una 16enne non è certo facile da convincere e così i genitori si sono rivolti persino ai giudici perché la convincessero – legalmente non si puo’ obbligare una ragazza ad abortire – o almeno facessero in modo che il fidanzato fosse allontanato, visto che secondo loro la trattava male e la picchiava (avrebbero raccontato di lividi sul corpo inequivocabili).
In queste ore, la notizia che la 16enne avrebbe interrotto la gravidanza mentre pare che del 18enne albanese si siano perse le tracce. La Repubblica scrive che forse è stato convinto ad allontanarsi con una somma di denaro. Ma non risulta alcun provvedimento da parte del giudice a cui si erano rivolti i genitori della 16enne.
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Un bimbo di oltre sei chilogrammi è venuto alla luce alla clinica Charité di Berlino senza parto cesareo. La madre, Elfi, 40 anni, riporta la stampa tedesca, ha insistito
per partorire in modo naturale, nonostante pesi a sua volta 240 chili. In fin dei conti Jihad, che in arabo vuol dire "guerra santa", è il suo quattordicesimo figlio.
"Si tratta del bimbo più grosso mai nato senza taglio cesareo", ha dichiarato alla Bild il primario del reparto pediatrico Wolfgang Henrich. Jihad quando è nato martedì pesava 6.080 grammi ed era lungo 59 centimetri. Nel frattempo, come è normale, ha perso un po' di peso.
"Mutti" Elfi ha già partorito altri tre figli di oltre cinque chili. Secondo gli esperti, sarebbe il diabete gestazionale di cui ha sofferto la madre ad avere fatto nascere un bimbo così corpulento.

ROMA - Sono passati quasi vent'anni da quando la quarantunenne Orit Koter-Cohen ha congelato una una provetta con degli embrioni dopo un trattamento di fecondazione artificiale che non era andato a buon fine.
Ora la donna
è madre di due adolescenti, a cui si è andata ad aggiungere Schirel, un miracolo della scienza, visto che è nata dopo che la madre ha provato a farsi impiantare le cellule fecondate 18 anni più tardi. Dunque la terzogenita della casa sarebbe paradossalmente la più anziana tra le sue figlie: il suo gamete è stato infatti fecondato in laboratorio nel 1993. All’epoca la donna riusciva ad avere figli ed aveva provato un trattamento di fecondazione artificiale. La cura era fallita e Orit, israeliana, ha deciso di tenere comunque una provetta nel congelatore. Fortunatamente negli anni successivi la donna è riuscita a portare a termine due gravidanze e, quando ha deciso di allargare ancora di più la famiglia, ha provato la via della fecondazione artificiale, ritirando fuori dal congelatore l’antica provetta con gli embrioni del 1993 dopo che nove precedenti tentativi erano falliti. L’impianto è riuscito perfettamente, così Orit ora può cullare la sua terza figlia, concepita diciotto anni fa.
Il professor Elasar Schalev dell’università di Technion di Haifa ha spiegato che la nascita di Schirel può definirsi inusuale ma non incredibile. “Gli embrioni si conservano perfettamente alle temperature di un congelatore, e uno studio americano ha confermato recentemente che le cellule fecondate anziane non mostrano nessun tipo di inferiorità rispetto a quelle giovani".
Già lo scorso anno, infatti, una donna statunitense ha messo al mondo un bambino cconcepito in provetta molti anni prima.

VARESE - Un 43enne residente a Saronno, in provincia di Varese, è stato arrestato dai carabinieri con l'accusa di maltrattamenti in famiglia, lesioni e abuso di mezzi di correzione per aver picchiato il figlio di 7 anni con una cintura e un battipanni in legno. Motivi:
i brutti voti a scuola. La violenza sul bimbo è stata tale, spiegano i militari, da causargli un trauma cranico e contusioni multiple al volto per cui il bambino, visitato dai sanitari dell'ospedale cittadino è stato ricoverato presso il reparto di pediatria in attesa di effettuare ulteriori accertamenti diagnostici. A dare l'allarme è stato lo zio della vittima avvertito, con un sms, dalla madre del bambino presente al pestaggio. Gli accertamenti dei militari hanno permesso di accertare che quello non era il primo episodio di violenza poichè il bimbo era stato picchiato già in altre occasioni e che anche la mamma, da diversi anni, era spesso oggetto di maltrattamenti e violenze fisiche, non sempre denunciati per timore della reazione del marito. Per l'uomo si sono aperte le porte del carcere di Busto Arsizio. La cintura e il battipanni, con i quali il bimbo è stato colpito, sono stati sequestrati.
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LONDRA - Ha solo nove anni Kieron Williamson eppure ha già una carriera artistica ben avviata, tanto da potersi permettere di comprare una casa per la sua famiglia del valore di £ 150.000 a Ludham, Norfolk
Il ragazzino infatti, allievo della scuola primaria, è già stato soprannominato 'mini Monet' e ha acquisito fama internazionale da quando ha cominciato a dipingere paesaggi su una vacanza in famiglia nel 2008.
Viveva in un con i suoi genitori e la sorella in un appartamento in affitto ed ora il ricavato delle sue opere rimarrà in banca fino al suo diciottesimo compleanno.
Suo padre Keith, 44 anni, ha commentato: "Se decide che vuole fare qualcosa di completamente diverso quando sarà più grande almeno non dovrà preoccuparsi dei soldi".
Nella sua ultima grande mostra Kieron ha venduto 33 dipinti venduto in mezz'ora lo scorso luglio, incassando un totale di 150.000 sterline.
I suoi ultimi 12 dipinti saranno in vendita venerdì prossimo a un prezzo tra i £ 1.250 e £ 15.595 alla Galleria Picturecraft Norfolk.
Uno dei proprietari delle sue opere ha riferito: "Lui non ha rivali. Non c'è nessun altro bambino là fuori che può dipingere anche con tre diversi metodi - acquerello, olio e pastello. La sua comprensione degli elementi tecnici è davvero una cosa meravigliosa"
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DENVER 27 ottobre 2011 Niente scout per i trans. Bobby Montoya è una bimba transgender di 7 anni, vive in Colorado (Usa). Ha chiesto di entrare a far parte del gruppo delle ragazze scout, ma la sua richiesta è stata rifiutata perché "ha parti di un uomo". Questa la spiegazione del capo delle Girl Scouts del Colorado.
L'organizzazione ha poi cambiato opinione, forse in seguito al clamore che la decisione stava sucitando. "Girl Scouts è un'organizzazione inclusiva e accettiamo tutte le ragazze. Se un bambino si identifica come una ragazza e la famiglia del bambino, la presenta come una ragazza, Girl Scouts of Colorado l'accoglie come una Girl Scout" si sono precipitati a specificare dall'associzione.
Felisha Archuleta , la mamma di Bobby, è stata lieta di apprendere che avrebbe potuto finalmente iscrivere il figlio. "Bobby si identifica come una ragazza - ha raccontato -. E' così da quando aveva circa 2 anni. Gli sono sempre piaciute le cose da ragazza, quindi lo abbiamo lasciato vestire come vuole. Lo abbiamo assecondato, insomma, l'importante è che sia felice".

BIRMINGHAM 08 LUGLIO 2011 Il suo cuoricino ha smesso di battere per 40 minuti. Èvivo per miracolo e per il tempestivo intervento di un medico che, dopo aver aperto il suo torace, ha 'pompato' l'organo a mano. Il bimbo di soli 5 anni, Joshua Baker, ha subito un arresto cardiaco pochi giorni dopo aver subito una rischiosa operazione per correggere un'anomalia del suo cuore.
Dopo aver 'resuscitato' il bambino, i medici hanno avvertito i genitori che il piccolo avrebbe potuto avere problemi al cervello perchè per 40 minuti era rimasto senza ossigeno. Ma a pochi mesi dal suo 'ritorno alla vita' per fortuna Joshua è un bimbo sano e felice e passa le sue giornate a giocare con la famiglia a Birmingham.

NAPOLI - Una sfera trasparente di un metro di diametro, gelatinosa e attraversata da una specie di condotto più scuro che si allargava a forma di imbuto alle due estremità. Non hanno creduto ai loro occhi Daniele Castrucci e Edoardo Ruspantini, i due subacquei napoletani del TGI Diving Sorrento durante un'immersione nell'area marina protetta. Un uovo gigante di calamaro è stato avvistato a 50 metri di profondità nelle acque della Punta Campanella. I due sub hanno scattato foto e girato un breve video, scatenando, come racconta Il Mattino, accese discussioni sul misterioso ritrovamento. Vengono individuate due osservazioni identiche in Croazia, Norvegia e Nuova Zelanda. Secondo i biologi marini, lo strano "uovo" sarebbe una grossa teca ovarica contenente migliaia di uova, come sostiene il professore Roberto Sandulli, biologo marino dell'Università Partenope di Napoli, interpellato dall'Area Marina Protetta di Punta Campanella. In Italia sono conosciute ben 26 specie fra calamari e totani, e ancora adesso il dibattito è aperto per stabilire a quale specie appartenga la "teca". Ma, sempre secondo gli esperti, l'emissione delle uova all'interno di masse gelatinose è della famiglia degli Ommastrefidi (Ommastrephidae), presente in Mediterraneo con 4 specie Ommastrephes bertramii, Illex coindetii, Todarodes sagittatus e Todaropsis eblanae, chiamate tutte con il nome comune di totano. Potrebbe essere dunque una femmina di totano la madre delle decine di migliaia di calamaretti contenuti nella sfera di Punta Campanella. Ma non è escluso che si possa trattare anche di una specie aliena di calamaro, il Notodarus gouldi, sconosciuto nei nostri mari.
111 candeline per Anita Tiburni Un'età raggiunta con piccoli segreti: biscotti, caramelle al miele e perfino il non essersi mai sposata.
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SIENA - Spegne ben 111 candeline una delle persone più longeve dello Stivale. Anita Tiburni, nata il 6 maggio 1900 a Poggibonsi (Siena), città dove ha sempre vissuto e dove ora abita in una residenza assistita per anziani. Un'età raggiunta con piccoli segreti: biscotti, caramelle al miele e perfino il non essersi mai sposata. È Anita stessa, autosufficiente, anche se si esprime con una certa difficoltà, a spiegare i segreti della sua longevità alle persone che l'assistono nella residenza 'Dina Gandinì. «Ogni giorno mangio tanti biscotti Plasmon, qualche caramellina di miele ed un gelato nel pomeriggio», dice Anita al personale infermieristico. «Ma sicuramente la cosa più importante è che non ho mai preso marito!», chiosa poi con ironia toscana. Anita Tiburni, infatti, non ha figli, non si è mai sposata e prima di entrare nella struttura ha abitato con la sorella maggiore, Beatrice, vissuta sino a 92 anni. Dopo la morte della sorella, rimase a vivere in una piccola casa nel centro di Poggibonsi. Ma l'assenza del riscaldamento e la sopravvenuta solitudine la indussero a scegliere, di lì a poco tempo, la residenza per anziani. Qui, nella sua stanza, tra fotografie, coppe e medaglie (omaggi degli ultimi anni), troneggia il suo diploma di scuola elementare, di cui va molto orgogliosa. In gioventù Anita Tiburni aveva lavorato come tabaccaia e poi in un sugherificio; poco prima della Seconda Guerra Mondiale aveva aperto con la sorella un negozio di merceria che, purtroppo, fu distrutto dai bombardamenti; cambiò lavoro e si mise a fare l'impagliatrice di fiaschi. Domani nella casa di riposo le sarà dedicata una grande festa, con musica, animazione e rinfresco, aperta agli ospiti, ai loro familiari, alle autorità ed alle associazioni di volontariato che prestano la loro opera anche a servizio della struttura.
Un quattordicenne è ricoverato in gravissime condizioni al San Camillo dopo essersi lanciato dal sesto piano di un edificio di via degli Stradivari
mariasole
ROMA - Un quattordicenne è ricoverato in gravissime condizioni al San Camillo dopo essersi lanciato dal sesto piano di un edificio di via degli Stradivari, a Trastevere. Il ragazzo non era solo in casa. Sul posto la polizia. CONDIZIONI STABILI C'è angoscia davanti al pronto soccorso dell'ospedale San Camillo di Roma, dove il quattordicenne romano che nel pomeriggio ha tentato il suicidio lanciandosi dal sesto piano del palazzo in cui vive, è stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico. Le sue condizioni sono gravi, ma stazionarie. I familiari del ragazzino si sono stretti attorno alla sorella e alla madre del ragazzo. Quest'ultima ripete in lacrime: «Manuel amore mio. Ti avevo solo detto di fare i compiti». Il quattordicenne, che frequenta la seconda media e che già in passato aveva avuto discussioni per il rendimento scolastico, ha litigato oggi con i familiari, in particolare la sorella maggiore per il disordine nella stanza e i voti bassi. «Mi butto giù », ha detto il ragazzo durante la lite prima di aprire la finestra e lanciarsi nel vuoto. Durante altre discussioni in passato aveva pronunciato frasi simili. Il ragazzino aveva litigato con la sorella di 17 anni perchè aveva voti bassi a scuola. In casa c'erano sua madre, la sorella e l'altro fratello di 18 anni. Dopo il litigio il quattordicenne è entrato nella sua stanza e si è lanciato dal balcone. Ultimamente le discussioni sul rendimento scolastico del ragazzo erano frequenti e lui aveva già minacciato il suicidio. «La caduta è stata attutita da un albero, speriamo che riesca a salvarsi. Poco fa ho incontrato il fratello maggiore, piangeva a dirotto», dice un condomino dello stabile. La caduta è avvenuta nel cortile interno del palazzo. C'è angoscia davanti al pronto soccorso dell'ospedale San Camillo di Roma, dove il quattordicenne romano che nel pomeriggio ha tentato il suicidio lanciandosi dal sesto piano del palazzo in cui vive, è stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico. Le sue condizioni sono gravi, ma stazionarie. I familiari del ragazzino si sono stretti attorno alla sorella e alla madre del ragazzo. Quest'ultima ripete in lacrime: «Manuel amore mio. Ti avevo solo detto di fare i compiti». Il quattordicenne, che frequenta la seconda media e che già in passato aveva avuto discussioni per il rendimento scolastico, ha litigato oggi con i familiari, in particolare la sorella maggiore per il disordine nella stanza e i voti bassi. «Mi butto giù », ha detto il ragazzo durante la lite prima di aprire la finestra e lanciarsi nel vuoto. Durante altre discussioni in passato aveva pronunciato frasi simili.
Vicenza. Fucilata al parco giochi Momenti di panico e di grande apprensione per quanti erano al campetto
mariasole
VICENZA - Momenti di panico e di grande apprensione per quanti erano al campetto ieri mattina verso mezzogiorno. C'erano dei volontari del comitato che stavano sistemando il tetto, nonni con i nipotini e una mamma con i suoi bambini, in tutto una decina di persone, quando, pochi minuti a mezzogiorno, prima hanno avvertito una fucilata e poi sono stati investiti dai pallini.
Il campetto di Granella si trova a Tezze sul Brenta, al termine di via Loss, in una zona tranquilla, almeno di giorno. Ma ieri mattina, il fatto che ha scosso l'intero quartiere; a raccontarlo è una delle nonne che era lì con il nipotino Riccardo, di appena 17 mesi.
«Era quasi mezzogiorno - spiega Silvana Andriolo, 61 anni, ancora sconcertata - ero vicina alla giostrina dello scivolo, avevo già messo Riccardo sul passeggino per tornare a casa, quando da Sud-Est sono arrivati prima il botto e poi i pallini; alcuni me li sono sentiti fischiare alle orecchie. Ho chiamato subito mio figlio Stefano che era impegnato in una riunione in comune, è venuto subito accompagnato dal sindaco».
«La prima cosa che ho fatto - afferma Stefano Andriolo, consigliere comunale e referente per la Protezione civile - è stata chiamare i carabinieri e la Polizia locale. Oltre ai vigili, sono arrivate due pattuglie di carabinieri. Le forze dell'ordine hanno fatto un sopralluogo, sono stati ascoltati i presenti e alla fine hanno risolto che il colpo partito proveniva sicuramente da un fucile da caccia, magari di qualcuno che voleva provare l'efficienza dell'arma. Un gesto inaudito, dico io, da incosciente. Bastava che un pallino colpisse a un occhio uno dei quattro bambini che stavano giocando e allora sarebbe stato un dramma».
«Io vado al campetto - aggiunge Silvana - tre, quattro volte alla settimana, è un posto tranquillo, fuori dal traffico, non ci sono pericoli, il nipotino si diverte con le giostre, ma ora ho paura. Qualche volta si vedono delle persone strane, ma ormai ci dobbiamo abituare perché anche qui da noi c'è di tutto. Non avevo mai sentito passare vicino alle orecchie i pallini, sono cose che si vedono e si sentono solo nei film, ma vi confermo che fa veramente impressione». «Qualsiasi persona abbia sparato - conclude il figlio Stefano - è un incosciente; la caccia è chiusa e poi se proprio voglio provare il fucile sparo per terra! Comunque è una cosa che non deve mai capitare».
Il campetto di Granella si trova a Tezze sul Brenta, al termine di via Loss, in una zona tranquilla, almeno di giorno. Ma ieri mattina, il fatto che ha scosso l'intero quartiere; a raccontarlo è una delle nonne che era lì con il nipotino Riccardo, di appena 17 mesi.
«Era quasi mezzogiorno - spiega Silvana Andriolo, 61 anni, ancora sconcertata - ero vicina alla giostrina dello scivolo, avevo già messo Riccardo sul passeggino per tornare a casa, quando da Sud-Est sono arrivati prima il botto e poi i pallini; alcuni me li sono sentiti fischiare alle orecchie. Ho chiamato subito mio figlio Stefano che era impegnato in una riunione in comune, è venuto subito accompagnato dal sindaco».
«La prima cosa che ho fatto - afferma Stefano Andriolo, consigliere comunale e referente per la Protezione civile - è stata chiamare i carabinieri e la Polizia locale. Oltre ai vigili, sono arrivate due pattuglie di carabinieri. Le forze dell'ordine hanno fatto un sopralluogo, sono stati ascoltati i presenti e alla fine hanno risolto che il colpo partito proveniva sicuramente da un fucile da caccia, magari di qualcuno che voleva provare l'efficienza dell'arma. Un gesto inaudito, dico io, da incosciente. Bastava che un pallino colpisse a un occhio uno dei quattro bambini che stavano giocando e allora sarebbe stato un dramma».
«Io vado al campetto - aggiunge Silvana - tre, quattro volte alla settimana, è un posto tranquillo, fuori dal traffico, non ci sono pericoli, il nipotino si diverte con le giostre, ma ora ho paura. Qualche volta si vedono delle persone strane, ma ormai ci dobbiamo abituare perché anche qui da noi c'è di tutto. Non avevo mai sentito passare vicino alle orecchie i pallini, sono cose che si vedono e si sentono solo nei film, ma vi confermo che fa veramente impressione». «Qualsiasi persona abbia sparato - conclude il figlio Stefano - è un incosciente; la caccia è chiusa e poi se proprio voglio provare il fucile sparo per terra! Comunque è una cosa che non deve mai capitare».

NAPOLI 30 MARZO 2011Annunciano un esposto in procura i legali della madre della piccola Adelaide, una bimba che dal 15 marzo scorso è stata condotta in una casa famiglia con divieto di incontro con genitori e familiari con un decreto emesso dal Tribunale per i minori di Napoli. Il provvedimento è stato adottato «perchè la madre avrebbe strumentalizzato in modo riprovevole e dannoso per l'integrità psicofisica, la minore, facendole credere di essere ammalata». Alla donna, infatti,viene contestato di avere dichiarato durante trasmissioni televisive che la figlia affetta da una malattia rara avesse bisogno di forti somme di denaro per essere curata. Per la piccola è subito scattata la solidarietà degli italiani che in poco tempo hanno fatto arrivare alla famiglia circa 150mila euro. La madre si è sempre difesa sostenendo che quei soldi servissero per avere una diagnosi certa del male da cui è affetta la sua bambina. Alcuni mesi dopo l'indagine, il Tribunale per i minori è intervenuto con il decreto in base al quale la piccola Adelaide è stata trasferita nella casa famiglia, nonostante «uno psicologo, la cui relazione era presente anche nel fascicolo della procedura minorile, all'esito di una valutazione sulla piccola paziente avesse specificamente raccomandato di evitare un affidamento della minore a persone alla stessa estranee», sottolinenano i legali della donna, gli avvocati Angelo Pisani e Sergio Pisani, spiegando le ragioni che stanno alla base dell'esposto presentato. Nella relazione dello psicologo è scritto testualmente: «Ritengo che la bimba sia particolarmente vulnerabile a qualsiasi tipo di cambiamento repentino nella sua situazione affettiva intrafamigliare (mi riferisco ad un'ipotesi di affidamento così come ventilata attraverso una comunicazione telefonica del commissariato), ritengo quindi che la paziente debba essere seguita attraverso un percorso psicoterapico supportivo espressivo e che possa essere consigliabile un eventuale affidamento a parenti o persone a lei già note».
