
La stagione estiva è quasi alle porte,chi è alla prima esperienza entrerà in un magico mondo,e sicuramnete si starà ponendo tante,ma tante domande...una delle domende più frequenti che ho trovato è:come si fà mini club,e come si fà la responsabile del mini club? Partiamo da un concetto fondamentale,il settore dei bambini,all'interno dei villaggi e quello più importante.Le famiglie vogliono che i bambini stiano bene,quindi se il mini club funziona la vacanza và da sè.
Proprio per questo motivo è importantissmo entrare nel mondo del MINI E MAXI club con la VOGLIA E L ENERGIA GIUSTA DI AFFRONTARE OGNI GIORNO IL SORRISO DEI BAMBINI CHE DA TE SI ASPETTANO DIVERTIMENTO.
Credo che sia una PASSIONE CHE VERAMNETE IN POCHI POSSIEDONO FARE L ANIMATRICE AL MINI CLUB.
OGNI GIORNO E' UNA SFIDA CON SE' STESSI E CON GLI ALTRI E' LAVORO DI MENTE,NON CI SI PUO' PERMETTERE IL LUSSO DIMPERDERE LA CONCENTRAZIONE.
SE LA SERA ARRIVI SFINITA MA ORGOGLIOSA DEL LAVORO SVOLTO ALLORA CE' LA STAI METTENDO TUTTA.
Prima di arrivare a fare la RESPONSABILE DEI MINI CLUB,ho studiato,poi ho iniziato a fare feste di compleanno,facevo animazione in centri di dispersione giovanile,ho organizzato centri estivi e colonie estive e gestito ludoteche OGNI VOLTA ERA UNA SFIDA NUOVA...OGNI VOLTA MI METTEVO SUI LIBRI A CERCARE NOVITA',PROVAVO IN CASA I LABORATORI,LA MIA MENTE IN CONTINUO MOVIMENTO PER NON CREARE INTORNO A ME LA NOIA DI RIPETERMI.
E questo mi accade tutt ora ogni stagione è una NUOVA SFIDA,mi aggiorno,leggo,cerco il meglio,rifaccio per ogni villaggio un programma PER UN ESIGENZA MIA PERSONALE DI CRESCITA,CREDO CHE SIA UNA VOCAZIONE...
SOPRATTUTTO FARE LA RESPONSABILE MINI CLUB NON SIGNIFICA CAMMINARE TRE METRI DAL PAVIMENTO PER IL RUOLO CHE SI RICOPRE,MA ESSERE UMILI E SENTIRSI NOMINARE PER IL LAVORO CHE SVOLGI.
Un giorno una mia cara collega mi ha chiesto se sentivo ogni tanto l esigenza di cambiare settore....io gli ho risposto di NO. Quello è il mio mondo organizzare far divertire i bambini..senza mai cedere alla stanchezza e alla noia,se si sente l esigenza di cambiare settore,se si è svogliati,se non si ha grinta allora non siete nel posto giusto.
Ho conosciuto un pò di ragazzi e ragazzi che hanno collaborato con me,avvolte sono stata anche molto dura con loro,quando non vedevo impegno,voglia,e vi assicuro che forse solo in TRE avevano veramente voglia di STARE NEL MINI CLUB.SEMBRA UN PARADOSSO MA QUEL MONDO NON E' GIOCO.E' SORRISO SEMPRE E TANTO TANTO IMPEGNO.
Chi affronterà quest'anno la prima stagione il consiglio che dò è quello di apprendere quanto più possibile da chi nel campo ha già un pò di esperienza,di chiedere fare domande,di esplorare.
Per chi invece affronterà la sua prima stagione da responsabile mini club:IL MIO CONSIGLIO E' QUELLO DI METTERSI DAVANTI A UN BEL FOGLIO BIANCO E SCRIVERE UN BEL PROGRAMMA,cercando libri,novità,e tanto altro non lasciate tutto al caso....RICORDATE FATE PARLARE DI VOI PER IL SORRISO E IL LAVORO CHE SVOLGETE.
LA MIA NUOVA SFIDA SI STA' AVVICINADO I MIEI LIBRI SONO TUTTI APERTI...E L ADRENALINA SALE!!!!BUONA STAGIONE E RIMANETE SEMPRE VOI STESSI.

Il ju-jitsu (foto Shutterstock) è una forma di lotta nata nel Giappone feudale e dal 1900 sviluppata soprattutto in Brasile. Non prevede colpi ma solo tecniche di leva alle articolazioni e strangolamenti. Il nome si può tradurre con «arte della flessibilità». L'incontro inizia in piedi ma si svolge praticamente solo a terra. Il match termina nel momento in cui un atleta costringe l'avversario ad arrendersi chiudendolo in una presa oppure con il verdetto dei giudici al termine dei minuti regolamentari (variano a seconda delle categorie).
Benefici. Allenarsi nel ju-jitsu fa aumentare la forza negli arti e nel tronco, ma soprattutto dona elasticità e coordinazione. «Anche l'apparato respiratorio e quello cardiocircolatorio ne traggono benefici: nelle fasi di lotta il cuore lavora a ritmi alti per periodi prolungati, senza eccessivi sforzi, però», spiega Lino. Cresce anche la destrezza nell'uso delle gambe che vengono utilizzate come tentacoli per afferrare e immobilizzare l'avversario. «Dover usare in eguale misura entrambe le braccia fa sviluppare anche l'ambidestrismo», conclude Lino.
A chi è indicato. Il ju-jitsu va bene per i bambini dai sei anni in su e in generale per chi voglia migliorare la forma fisica con uno sport molto impegnativo, che mette a dura prova corpo e mente, sviluppando doti di determinazione. Il fatto che ci si debba imporre su un avversario senza colpirlo rende il ju-jitsu una disciplina poco traumatica e basata sulla tecnica e sulla forza di volontà.
Attenti a... «Le contorsioni cui obbliga non lo rendono adatto a chi abbia problemi alle articolazioni oppure alla schiena», mette in guardia Lino.

Sono passati quasi quarant'anni da quando i film di Bruce Lee hanno portato in Italia la passione per le arti marziali (foto Shutterstock), una passione in continua crescita. Secondo le ultime stime, sono oltre 600mila i praticanti in Italia, numero che fa di queste discipline orientali legate al combattimento il nono sport in ordine di diffusione nel Paese. Tra i bambini, solo calcio e nuoto hanno maggiore successo.
Judo e karate sono i più scelti soprattutto dagli under 11, ma altre discipline si stanno facendo largo, per esempio il taekwondo, sulla scia dei successi olimpici di Pechino (Mauro Sarmiento ha vinto la medaglia d'argento), e il ju-jitsu, già in voga negli Stati Uniti da dieci anni.
«Le arti marziali sono perfette per i bambini e i ragazzi», dice Claudio Robazza, psicologo dello sport e docente presso la facoltà di scienze motorie dell'Università di Chieti. «Perché in giovane età gli effetti positivi sul corpo e sulla mente sono amplificati, ma anche perché sono sport che vanno incontro alla naturale fisicità dei piccoli: i loro istinti, i loro movimenti vengono incanalati secondo regole precise e non tarpati come invece avviene in tante altre attività fisiche».
I benefici sono per la muscolatura e per la psiche. «Judo o karate sviluppano il corpo in maniera armonica, anche quello delle femminucce», spiega Andrea Lino, medico federale della Fijlkam, Federazione italiana judo, lotta, karate, arti marziali. «I muscoli saranno più forti, elastici e scattanti; la schiena e le articolazioni si rinforzano e diventano più flessibili. E tutto senza particolari rischi di traumi , perché l'obiettivo delle arti marziali apprese in palestra non è colpire l'avversario, ma affinare le tecniche di lotta».
Aggiunge Robazza: «Gli sport di combattimento potenziano disciplina, coraggio e autocontrollo. Hanno il vantaggio di richiedere il rigore nell'esecuzione e una grande attenzione per evitare di fare male a se stessi e agli altri. Inoltre, dovendo reagire alla mosse dell'avversario/compagno si sviluppa la capacità di pensare rapidamente in condizioni di rischio, mantenendo il sangue freddo».
La frequenza ideale per bambini a partire dai sei anni e ragazzi (ma anche per un adulto) è di tre volte la settimana a giorni alterni.

Ah, l'amore!
"Cara", dice un ragazzo a una ragazza,"sai che la mattina io non faccio colazione?"
"Perchè?"
"Perchè penso a te! E non pranzo nemmeno".
"Perchè?"
"Perchè penso a te! E non ceno nemmeno".
"Perchè?"
"Perchè penso a te! E di notte non dormo".
"Perchè pensi a me?"
"No, perchè...ho una fame da morire!"
Babbeo
Un tipo passeggia per strada e vede a una finestra un pappagallo che gli dice: "Babbeo!".
La cosa si ripete tre volte...
Il tipo va a protestare dal padrone, dicendo che il suo pappagallo gli dà del "babbeo".
Il giorno dopo, quando il tipo vede il pappagallo tutto incerottato, gli dice soddisfatto: "Ah, ti hanno sistemato, eh? Adesso non dici più "babbeo"...
E il pappagallo: "Io con i babbei non parlo!".
Cavallo al cinema
Un cavallo si presenta alla biglietteria di un cinema e chiede un biglietto.
La maschera dice: "Non è possibile! Un cavallo che parla!".
E il cavallo: "Non si preoccupi, durante la proiezione sto zitto!".
Gambero ansioso
Un gambero, un po' preoccupato, dice ad un altro gambero:
- Sai ieri sera mia madre è uscita per un cocktail e non è più tornata...
Alla fermata dell'autobus
Alla fermata dell'autobus un uomo chiede ad una signora: "Scusi, passa di qui il quindici?".
La signora apre la sua agenda, la sfoglia e poi risponde: "No, il quindici sono a Roma".
Allo stadio
Un bambino da solo, allo stadio, in tribuna...
Un signore lo guarda e gli chiede:
"cosa fai bambino qui solo?"
"Sono venuto a vedere la partita con la tessera di papà"
"E tuo papà dov'è?"
E' a casa che cerca la tessera!"
Bravo Pierino!
Pierino rientra a casa da scuola tutto contento:
- Sai mamma, oggi sono stato l'unico a rispondere ad una domanda della maestra!
- Davvero, Pierino? - dice contenta la mamma - E qual era la domanda?
- Chi ha messo le puntine da disegno sulla mia sedia?

Sembra ormai acquisito nella comune coscienza pedagogica, il concetto di "musicalità" come espressione dell'essere musicale insito in ognuno di noi, frutto acerbo dell'intelligenza musicale che matura al sole dell'esperienza……Le capacità musicali sono innate, presenti cioè fin dalla nascita in tutti gli individui. Il bambino che inizia la sua grande avventura nel mondo della scuola approdando alla materna è portatore di potenziali capacità musicali di base che la formazione dovrà far emergere.
La finalità educativa di un percorso musicale nella scuola dell’infanzia si identifica nel consentire al bambino di “fare musica” attraverso i mezzi che sono già a sua disposizione, rendendo la musica uno degli elementi di formazione globale della personalità e quindi possibilità espressiva e comunicativa.
I presupposti di una sperimentazione sull’educazione musicale a scuola sono la concretezza dell'esperienza musicale e il rapporto costante con la vita quotidiana.
La spinta all'elaborazione personale, la produzione diretta, il lavoro di gruppo sono poi gli elementi di gioco che aiutano a creare forme di rappresentazione scenico – musicali dinamiche e divertenti. L'educazione musicale costituisce un campo di relazione tra le espressioni e le rielaborazioni personali dei bambini, tra le conversazioni e la successiva creazione di storie, fiabe e drammatizzazioni, tra la lettura di immagini e la costruzione di cartelloni e scenografie, tra gli esercizi ritmici e le attività psicomotorie.
Durante le esperienze musicali e ritmiche, nella scuola dell’infanzia, i bambini sono fortemente motivati a strategie di relazioni ludiche che possono divenire prerequisito importante, nella prima fase della scuola primaria, per apprendere il ritmo della lettura e della scrittura. Molteplici sono le attività in forma di gioco che si possono progettare e mettere in atto con i bambini a scuola: le esperienze sonore e musicali, infatti, mirano a sviluppare la sensibilità percettivo uditiva, a favorire la fruizione dell'ambiente, a stimolare e a sostenere le relazioni di socializzazione tra bambini, attraverso l’esplorazione e la produzione in gruppo.
É piacevole cominciare dalla ricognizione esplorativa dell'ambiente sonoro, scoprendo i rumori e i suoni dello spazio circostante (animali, natura, ambiente – casa, ambiente – scuola) per poi usare la voce e il corpo come “strumenti musicali” di riproduzione dei suoni conosciuti. Attraverso l’uso di dispositivi di registrazione e di amplificazione si consente al gruppo di bambini, guidati dall’insegnante, di risentire e risentirsi riflettendo sulle similitudini e sulle differenze rispetto ai suoni originali.
Altre esperienze sono date dal passaggio alla drammatizzazione delle fiabe note: sonorizzando e cantando le scene delle fiabe conosciute e lette in sezione i bambini scoprono una modalità nuova di raccontare e esplorano regole di interazione mediate dal suono e dal ritmo.
Le esperienze con la musica trovano espressione nella mediazione educativa di filastrocche, conte, canzoni finalizzate a memorizzare semplici “repertori” di brani di vario genere (come canzoni tradizionali, canzoncine dei cartoni animati preferiti). Nel gioco gli alunni sperimentano, cioè ascoltano, memorizzano, riproducono con la voce, con il corpo, con il disegno, rappresentando il sé e la realtà con movimenti ritmici, gesti-suono e “strumentini”.
Le attività didattiche di un progetto sonoro poi possono convogliare in una manifestazione conclusiva fatta di canti più o meno semplici (a seconda dell’età dei bambini interessati), di melodie con ritmo e intonazione corretti, in gruppo e da soli per tradurre le caratteristiche sonore (durata, altezza, intensità) in azione motoria, segno grafico e parola, utilizzando colori e disegni.
Pei i bambini di 5 anni si presenta in continuità l’opportunità di formulare con l’insegnante semplici esercizi di scrittura ritmica, attraverso l’utilizzo di un “divertente pentagramma” costruito in grandi dimensioni e con i colori e utilizzando ad esempio al posto delle note musicali faccine oppure animali. L’espressività canora e la comunicazione musicale di ogni alunno viene così valorizzata dal coinvolgimento costante attraverso momenti liberi e guidati, dove la tradizione, la scoperta, la riproduzione di ritmi, l’osservazione “acustica” diventano focus di conoscenza e di apprendimento prezioso. Tutto questo, che rappresenta per i bambini un campo di esperienza e di relazione fondamentale per la conoscenza e l’uso dei linguaggi non verbali, è altrettanto un campo di azione prezioso per il docente, che attraverso la “musicalità” orienta i piccoli a esplorare e vivere lo spazio di libero movimento psicologico e affettivo.
I presupposti di una sperimentazione sull’educazione musicale a scuola sono la concretezza dell'esperienza musicale e il rapporto costante con la vita quotidiana.
La spinta all'elaborazione personale, la produzione diretta, il lavoro di gruppo sono poi gli elementi di gioco che aiutano a creare forme di rappresentazione scenico – musicali dinamiche e divertenti. L'educazione musicale costituisce un campo di relazione tra le espressioni e le rielaborazioni personali dei bambini, tra le conversazioni e la successiva creazione di storie, fiabe e drammatizzazioni, tra la lettura di immagini e la costruzione di cartelloni e scenografie, tra gli esercizi ritmici e le attività psicomotorie.
Durante le esperienze musicali e ritmiche, nella scuola dell’infanzia, i bambini sono fortemente motivati a strategie di relazioni ludiche che possono divenire prerequisito importante, nella prima fase della scuola primaria, per apprendere il ritmo della lettura e della scrittura. Molteplici sono le attività in forma di gioco che si possono progettare e mettere in atto con i bambini a scuola: le esperienze sonore e musicali, infatti, mirano a sviluppare la sensibilità percettivo uditiva, a favorire la fruizione dell'ambiente, a stimolare e a sostenere le relazioni di socializzazione tra bambini, attraverso l’esplorazione e la produzione in gruppo.
É piacevole cominciare dalla ricognizione esplorativa dell'ambiente sonoro, scoprendo i rumori e i suoni dello spazio circostante (animali, natura, ambiente – casa, ambiente – scuola) per poi usare la voce e il corpo come “strumenti musicali” di riproduzione dei suoni conosciuti. Attraverso l’uso di dispositivi di registrazione e di amplificazione si consente al gruppo di bambini, guidati dall’insegnante, di risentire e risentirsi riflettendo sulle similitudini e sulle differenze rispetto ai suoni originali.
Altre esperienze sono date dal passaggio alla drammatizzazione delle fiabe note: sonorizzando e cantando le scene delle fiabe conosciute e lette in sezione i bambini scoprono una modalità nuova di raccontare e esplorano regole di interazione mediate dal suono e dal ritmo.
Le esperienze con la musica trovano espressione nella mediazione educativa di filastrocche, conte, canzoni finalizzate a memorizzare semplici “repertori” di brani di vario genere (come canzoni tradizionali, canzoncine dei cartoni animati preferiti). Nel gioco gli alunni sperimentano, cioè ascoltano, memorizzano, riproducono con la voce, con il corpo, con il disegno, rappresentando il sé e la realtà con movimenti ritmici, gesti-suono e “strumentini”.
Le attività didattiche di un progetto sonoro poi possono convogliare in una manifestazione conclusiva fatta di canti più o meno semplici (a seconda dell’età dei bambini interessati), di melodie con ritmo e intonazione corretti, in gruppo e da soli per tradurre le caratteristiche sonore (durata, altezza, intensità) in azione motoria, segno grafico e parola, utilizzando colori e disegni.
Pei i bambini di 5 anni si presenta in continuità l’opportunità di formulare con l’insegnante semplici esercizi di scrittura ritmica, attraverso l’utilizzo di un “divertente pentagramma” costruito in grandi dimensioni e con i colori e utilizzando ad esempio al posto delle note musicali faccine oppure animali. L’espressività canora e la comunicazione musicale di ogni alunno viene così valorizzata dal coinvolgimento costante attraverso momenti liberi e guidati, dove la tradizione, la scoperta, la riproduzione di ritmi, l’osservazione “acustica” diventano focus di conoscenza e di apprendimento prezioso. Tutto questo, che rappresenta per i bambini un campo di esperienza e di relazione fondamentale per la conoscenza e l’uso dei linguaggi non verbali, è altrettanto un campo di azione prezioso per il docente, che attraverso la “musicalità” orienta i piccoli a esplorare e vivere lo spazio di libero movimento psicologico e affettivo.

Una tendenza relativamente recente, ma i bambini che non frequentano l'asilo nido nei primi anni della loro vita, soprattutto in certe realtà industrializzate (grandi centri del Nord, aree urbane…), sono sempre meno. Complici un mutato atteggiamento nei confronti di queste strutture considerate, fino a qualche decennio fa, tristi parcheggi per bimbi sfortunati, e gli impegni lavorativi dei genitori, in particolare delle mamme (sono sempre di più, infatti, le donne che tornano al lavoro al termine della maternità. Un po' per motivi economici, un po' per scelta personale, un po' perché convinte che la socializzazione del piccolo debba avere inizio già nei primi mesi della sua vita).
Per questi piccini, già abituati al distacco dalla famiglia, capaci di stare in mezzo ad altri bambini, affidati alle cure di un educatore/insegnante, l'ingresso alla materna è, sicuramente, meno traumatico di quanto possa esserlo per gli altri, quelli che fino ai 2/3 anni sono rimasti in casa, accuditi da mamma o papà, nonni, baby sitter…
In questi casi, per lo meno nel primo mese, è indispensabile effettuare un vero e proprio inserimento, per nulla diverso da quello che normalmente avviene con i bimbi più piccoli al nido.
Non tutti i bimbi reagiscono allo stesso modo. Per alcuni, la scuola è un'isola felice tutta da scoprire e vi si abbandonano senza rimpianti, in modo sereno e naturale. Per altri, però, il distacco dalla famiglia è un avvenimento inaspettato e traumatico che va affrontato nel modo giusto, senza fretta e senza ripensamenti.
Per questi piccini, già abituati al distacco dalla famiglia, capaci di stare in mezzo ad altri bambini, affidati alle cure di un educatore/insegnante, l'ingresso alla materna è, sicuramente, meno traumatico di quanto possa esserlo per gli altri, quelli che fino ai 2/3 anni sono rimasti in casa, accuditi da mamma o papà, nonni, baby sitter…
In questi casi, per lo meno nel primo mese, è indispensabile effettuare un vero e proprio inserimento, per nulla diverso da quello che normalmente avviene con i bimbi più piccoli al nido.
Non tutti i bimbi reagiscono allo stesso modo. Per alcuni, la scuola è un'isola felice tutta da scoprire e vi si abbandonano senza rimpianti, in modo sereno e naturale. Per altri, però, il distacco dalla famiglia è un avvenimento inaspettato e traumatico che va affrontato nel modo giusto, senza fretta e senza ripensamenti.
È importante, quindi, che i genitori che fino a questo momento hanno preferito prendersi cura personalmente del loro piccolino siano convinti della loro scelta e si rendano conto, loro per primi, che la scuola d'infanzia rappresenta veramente per il bimbo una tappa fondamentale del suo processo di crescita. Alla materna, infatti, i bambini imparano a socializzare, a rispettare le esigenze degli altri, a lavorare (giocare) in gruppo, a rispettare le regole imposte dalle insegnanti. Il loro vocabolario si arricchisce di nuovi termini e nuove espressioni, il confronto con il mondo esterno li rende più autonomi e questo rafforza la loro autostima. I laboratori e i giochi che spesso scandiscono le giornate sono uno stimolo per la fantasia e la creatività. Il contatto con gli altri fortifica il sistema immunitario.
In altre parole, nessun dubbio per la decisione presa: l'esperienza della scuola d'infanzia non può che essere positiva per il piccino.
Una volta preso atto di questo, è fondamentale che mamma e papà trasmettano serenità al bimbo e gli facciano intravedere i lati positivi dell'esperienza cui sta andando incontro. Spesso, infatti, dietro ai timori dei bambini si nascondono le ansie dei genitori che in modo del tutto inconsapevole proiettano sul piccolo la loro apprensione e i loro sensi di colpa.
Dal punto di vista pratico, è importante che il momento della separazione sia caratterizzato da gesti concreti. Innanzitutto, spiegate chiaramente al piccino che per qualche ora andrete via, ma che tornerete a riprenderlo nel pomeriggio. Fate in modo che capisca che non lo state lasciando per sempre, ma solo per un periodo temporaneo durante il quale verrà affidato alle cure delle maestre e potrà giocare coi gli altri bambini. Quindi, effettuate il "passaggio di consegna" alle educatrici e, infine, salutatelo con affetto dando tutta l'enfasi del caso a questo momento che dovrà trasformarsi in una sorta di rituale tra voi e il piccino. Infine, dopo un ultimo bacio, giratevi e andate via senza ripensamenti e strascichi anche qualora il bimbo dovesse scoppiare in un pianto disperato.
Esattamente come succede per il nido, poi, l'inserimento deve avvenire in modo graduale: rispettando i suoi tempi, cominciate nei primi giorni, lasciando il bambino a scuola solo per brevi periodi e aumentate via via il numero di ore in cui rimane da solo man mano che inizierà a prendere confidenza con i compagni e le insegnanti.

“Le cose da sapere quando si affida il proprio figlio ad un preparatore sportivo”
BAMBINI E ATTIVITÀ SPORTIVA Chi opera nell’ambito sportivo sa che una delle preoccupazioni più sentite dai genitori è quella di trovare lo sport più adatto per i propri figli. Normalmente si cerca uno sport “completo” e la domanda che più spesso viene fatta è quale sia lo sport “più completo” in assoluto. Come è ovvio, la risposta che si dà in questi casi è che non esiste uno sport veramente completo in assoluto, in quanto ogni attività fisica, quando viene indirizzata verso una specializzazione, promuove nel praticante certe caratteristiche a discapito di altre.
La cultura popolare vede nel nuoto la disciplina che maggiormente soddisfa l’esigenza di sport “omnicomprensivo”, ma, ad un esame più attento, risulta evidente che neppure il nuoto può fregiarsi di questo titolo, perché, ad esempio, non interviene su importanti qualità quali l’abilità di coordinare il corpo rispetto allo spazio circostante, la propiocettivtà, la capacità di saltare, correre o lanciare oggetti e la capacità di socializzare e di lavorare insieme agli altri per un obiettivo comune.
Ma allora, quale sport scegliere ed a quale età cominciare l’avviamento sportivo?
Per prima cosa occorre capire se la richiesta di svolgere un’attività fisica organizzata proviene dal bambino o dal genitore. Spesso il bambino mostra semplicemente una decisa e naturale volontà di muoversi, mentre è del genitore il desiderio di iscriverlo ad un corso piuttosto che ad un altro, magari per motivi di comodità organizzativa nella gestione familiare. La prima indicazione da dare è che il bambino si deve divertire a fare quello che fa. Iscriverlo ad un corso, magari prestigioso, dove però il piccolo allievo non si trova a suo agio, è sicuramente deleterio. Visto che normalmente le scuole di avviamento sportivo accettano i piccoli principianti dai cinque anni in su, soffermeremo la nostra analisi alla fascia di età compresa tra i cinque ed i sette anni. In questo periodo di crescita, il bambino ha forti motivazioni allo sport. Quando si appassiona ad un’attività motoria, ovviamente sotto forma di gioco e di divertimento, manifesta un grosso impegno ed evidenzia la presenza di una motivazione concreta e dominante. Probabilmente i due fattori primari che agiscono da molla sono il gioco e l’agonismo , oltre ad altri fattori secondari. In particolare non va sottovalutato l’agonismo, che traduce in realtà, a livello simbolico, bisogni della persona del tutto naturali, in questa età, collegati all’aggressività, all’autoaffermazione, all’interazione con la realtà. L’agonismo, dunque, essendo un fattore compensativo, equilibratore e liberatorio, se viene vissuto in un contesto organizzato, gestito da un istruttore preparato, e adeguatamente controllato, funziona da decongestionante psichico, favorendo la crescita psichica ed emotiva dell’allievo.La pratica sportiva con manifestazioni agonistiche, quindi, magari non risolve, ma contribuisce a lavorare sui bisogni e le ansie individuali del bimbo, favorendo anche il suo inserimento “sociale”. I fattori cosiddetti secondari cui si accennava, sono probabilmente più importanti nel ragazzo e nell’adulto che non nel bambino, infatti possono essere ricondotti in variabili legate a fattori comunicativi, proiettivi, catartico-liberatori, estetici, affiliativi, conformistici, economico-sociali, se non addirittura ad ansie nevrotiche reattive, forme compensative, legati all’identità sessuale. Possono però apparire anche in queste età, quando, ad esempio, il bambino “sente” che il genitore desidera con forza che egli pratichi una certa attività e non vuole deluderlo, anche se non l’appassiona.
Iscrivere un bambino ad un corso di avviamento allo sport, quindi, significa agire anche sul suo sviluppo psichico, oltre che su quello fisico. La pratica sportiva prolungata, infatti, ha degli effetti sulla personalità, essendo dimostrato, ad esempio, che può agire su eventuali atteggiamenti ossessivi, di coartazione emotiva o su atteggiamenti istrionici. La cosa importante è che sempre l’attività venga prospettata, sia da parte dei genitori che degli insegnanti come un qualcosa di divertente, che “è bello fare” , onde evitare sintomi di psicopatologie dell’atleta, a dimostrazione che lo sport, in certi suoi eccessi, non fa sempre bene, quali, ad esempio, la sindrome da paura dell’insuccesso. Si tratta di una sorta di ansia preagonistica, con una complessa sintomatologia psichica e somatica. Mentre l’atleta adulto lavora e si allena in funzione del risultato, ciò non deve assolutamente avvenire per il bambino e per il giovanissimo. Tra l’altro questo è sbagliato non solo evidentemente su un piano etico e sociale, ma anche funzionale e della specializzazione: un grande specialista di domani, infatti, deve oggi essere un bambino che si diverte a fare sport e che cresce equilibrato e ricco di esperienze motorie. Non ha ragione di essere, dunque, il timore di alcuni genitori che il proprio figlio non possa diventare un campione se non comincia a specializzarsi in tenera età. È più vicino al vero semmai il contrario. È però importante che fin da piccolo acquisisca varie esperienze di movimento. Anche lo stress agonistico deve essere assolutamente evitato: un atleta maturo deve avere una carica psicologica tale da farlo lottare fino alla fine, in gara, contro il suo avversario, anche se si tratta del suo migliore amico. In un bambino, però questo significherebbe caricarlo della pressione di un intero ambiente affettivo: genitori, allenatore, compagni a cui egli tiene. L’ansia potrebbe essere maggiore del piacere della pratica sportiva. Ecco perché la specializzazione va ritardata il più possibile.