Sono più di 300.000 i minori di 18 anni attualmente impegnati in conflitti nel mondo.Centinaia di migliaia hanno combattuto nell'ultimo decennio, alcuni negli eserciti governativi, altri nelle armate di opposizione.
La maggioranza di questi hanno da 15 a 18 anni ma ci sono reclute anche di 10 anni e la tendenza che si nota è verso un abbassamento dell'età. Decine di migliaia corrono ancora il rischio di diventare soldati.
Il problema è più grave in Africa (il rapporto presentato nell'aprile scorso a Maputo parla di 120.000 soldati con meno di 18 anni) e in Asia ma anche in America e Europa parecchi stati reclutano minori nelle loro forze armate.
Negli ultimi 10 anni è documentata la partecipazione a conflitti armati di bambini dai 10 ai 16 anni in 25 Paesi. Alcuni sono soldati a tutti gli effetti, altri sono usati come "portatori" di munizioni, vettovaglie ecc. e la loro vita non è meno dura e a rischio dei primi.
Alcuni sono regolarmente reclutati nelle forze armate del loro stato, altri fanno parte di armate di opposizione ai governi; in ambedue i casi sono esposti ai pericoli della battaglia e delle armi, trattati brutalmente e puniti in modo estremamente severo per gli errori. Una tentata diserzione può portare agli arresti e, in qualche caso, ad una esecuzione sommaria.
Anche le ragazze, sebbene in misura minore, sono reclutate e frequentemente soggette allo stupro e a violenze sessuali. In Etiopia, per esempio, si stima che le donne e le ragazze formino fra il 25 e il 30 per cento delle forze di opposizione armata.
Anche nella storia passata i ragazzi sono stati usati come soldati, ma negli ultimi anni questo fenomeno è in netto aumento perché è cambiata la natura della guerra, diventata oggi prevalentemente etnica, religiosa e nazionalista. I "signori della guerra" che le combattono non si curano delle Convenzioni di Ginevra e spesso considerano anche i bambini come nemici. Secondo uno studio UNICEF, i civili rappresentavano all'inizio del secolo il 5 per cento delle vittime di guerra. Oggi costituiscono il 90 per cento.
L'uso di armi automatiche e leggere ha reso più facile l'arruolamento dei minori; oggi un bambino di 10 anni può usare un AK-47 come un adulto. I ragazzi, inoltre, non chiedono paghe, e si fanno indottrinare e controllare più facilmente di un adulto, affrontano il pericolo con maggior incoscienza (per esempio attraversando campi minati o intrufolandosi nei territori nemici come spie).
Inoltre la lunghezza dei conflitti rende sempre più urgente trovare nuove reclute per rimpiazzare le perdite. Quando questo non è facile si ricorre a ragazzi di età inferiore a quanto stabilito dalla legge o perché non si seguono le procedure normali di reclutamento o perché essi non hanno documenti che dimostrino la loro vera età.
Si dice che alcuni ragazzi aderiscono come volontari: in questo caso le cause possono essere diverse: per lo più lo fanno per sopravvivere, perché c’è di mezzo la fame o il bisogno di protezione. Nella Rep. Democratica del Congo, per esempio, nel '97 da 4.000 a 5.000 adolescenti hanno aderito all'invito, fatto attraverso la radio, di arruolarsi: erano per la maggior parte "ragazzi della strada".
Un altro motivo può essere dato da una certa cultura della violenza o dal desiderio di vendicare atrocità commesse contro i loro parenti o la loro comunità. Una ricerca condotta dall'ufficio dei Quaccheri di Ginevra mostra come la maggioranza dei ragazzi che va volontario nelle truppe di opposizione lo fa come risultato di una esperienza di violenze subite personalmente o viste infliggere ai propri familiari da parte delle truppe governative.
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Una forma di sfruttamento
Per i ragazzi che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, le conseguenze sul piano fisico sono comunque gravi: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell'apparato sessuale, incluso l'AIDS.
Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dovute al fatto di essere stati testimoni o aver commesso atrocità: senso di panico e incubi continuano a perseguitare questi ragazzi anche dopo anni. Si aggiungano le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell'inserirsi nuovamente in famiglia e del riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti, dopo essere state nell'esercito, non riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute.
L'uso dei bambini soldato ha ripercussioni anche su gli altri ragazzi che rimangono nell'area del conflitto, perché tutti diventano sospettabili in quanto potenzialmente nemici. Il rischio è che vengano uccisi, interrogati, fatti prigionieri.
Qualche volta i bambini soldato possono rappresentare un rischio anche per la popolazione civile in senso lato: in situazioni di tensione sono meno capaci di autocontrollo degli adulti e quindi sono "dal grilletto facile".
Per quanto molti stati siano riluttanti ad ammetterlo, l'uso di bambini soldato può essere considerato come una forma di lavoro illegittimo per la natura pericolosa del lavoro. L'ILO riconosce che: "il concetto di età minima per l'ammissione all'impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui si svolge porti un rischio per la salute, la sicurezza fisica o morale dei giovani, può essere applicata anche al coinvolgimento nei conflitti armati". L'età minima, secondo la Convenzione n° 138, corrisponde ai 18 anni.
Ricerche ONU hanno mostrato come la principale categoria di ragazzi che diventa soldato in tempo di guerra, sia soggetta allo sfruttamento lavorativo in tempo di pace.
La maggioranza dei bambini soldato appartiene a queste categorie:
ragazzi separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati non accompagnati, figli di single)
provenienti da situazioni economiche o sociali svantaggiate (minoranze, ragazzi di strada, sfollati)
ragazzi che vivono nelle zone calde del conflitto.
Chi vive in campi profughi è particolarmente a rischio di essere sfruttato da gruppi armati. Le famiglie e le comunità sono distrutte, i ragazzi sono abbandonati a se stessi e la situazione è di grande incertezza. I rifugiati sono così spesso alla mercé dei gruppi armati.
Per i ragazzi che sopravvivono alla guerra e non hanno riportato ferite o mutilazioni, le conseguenze sul piano fisico sono comunque gravi: stati di denutrizione, malattie della pelle, patologie respiratorie e dell'apparato sessuale, incluso l'AIDS.
Inoltre ci sono le ripercussioni psicologiche dovute al fatto di essere stati testimoni o aver commesso atrocità: senso di panico e incubi continuano a perseguitare questi ragazzi anche dopo anni. Si aggiungano le conseguenze di carattere sociale: la difficoltà dell'inserirsi nuovamente in famiglia e del riprendere gli studi spesso è tale che i ragazzi non riescono ad affrontarla. Le ragazze poi, soprattutto in alcuni ambienti, dopo essere state nell'esercito, non riescono a sposarsi e finiscono col diventare prostitute.
L'uso dei bambini soldato ha ripercussioni anche su gli altri ragazzi che rimangono nell'area del conflitto, perché tutti diventano sospettabili in quanto potenzialmente nemici. Il rischio è che vengano uccisi, interrogati, fatti prigionieri.
Qualche volta i bambini soldato possono rappresentare un rischio anche per la popolazione civile in senso lato: in situazioni di tensione sono meno capaci di autocontrollo degli adulti e quindi sono "dal grilletto facile".
Per quanto molti stati siano riluttanti ad ammetterlo, l'uso di bambini soldato può essere considerato come una forma di lavoro illegittimo per la natura pericolosa del lavoro. L'ILO riconosce che: "il concetto di età minima per l'ammissione all'impiego o lavoro che per sua natura o per le circostanze in cui si svolge porti un rischio per la salute, la sicurezza fisica o morale dei giovani, può essere applicata anche al coinvolgimento nei conflitti armati". L'età minima, secondo la Convenzione n° 138, corrisponde ai 18 anni.
Ricerche ONU hanno mostrato come la principale categoria di ragazzi che diventa soldato in tempo di guerra, sia soggetta allo sfruttamento lavorativo in tempo di pace.
La maggioranza dei bambini soldato appartiene a queste categorie:
ragazzi separati dalle loro famiglie (orfani, rifugiati non accompagnati, figli di single)
provenienti da situazioni economiche o sociali svantaggiate (minoranze, ragazzi di strada, sfollati)
ragazzi che vivono nelle zone calde del conflitto.
Chi vive in campi profughi è particolarmente a rischio di essere sfruttato da gruppi armati. Le famiglie e le comunità sono distrutte, i ragazzi sono abbandonati a se stessi e la situazione è di grande incertezza. I rifugiati sono così spesso alla mercé dei gruppi armati.

Prima di arrivare ad essere una responsabile mini club nei villaggi sono prima di tutto un'operatore dei servizi sociali....ho conosciuto realtà molto dure...ho regalato, insieme all'aiuto di altra gente esperta,tanti momenti di serenità a bambini ed adolescenti che di serenità ne hanno veramente poca...
La loro casa è la strada,la loro prima lingua è il dialetto,gli occhi sono spesso spenti,non hanno regole...cercano affetto un affetto che,per varie situazioni famigliari,li viene negato....
Facevo con loro i giochi più banali che possano esistere,erano le cose semplici e che a loro facevano stare bene...e quel mondo senza capricci...con volti tristi da far sorridere,da difficoltà serie da superare con loro che mi hanno portata a essere quella che sono oggi.
Nel 1997 nasce Il primo Piano d’azione sull’infanzia e l’adolescenza indicava le priorità di intervento a breve e medio termine riguardo la promozione dell’agio e la prevenzione del disagio.
Sempre nel 1997, precisamente il 28 agosto viene promulgata la prima legge quadro sulla tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. La legge 285/97 (Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza) concretizza una delle priorità del primo Piano d’azione, creando fermento anche in contesti dove storicamente non esisteva una cultura ed una attenzione alle problematiche infantili ed adolescenziali, introducendo innovazioni e sperimentazioni. Principalmente ci si muove con azioni preventive più che riparative, rafforzando quegli elementi di identità, di crescita, di benessere, di cultura, creando possibilità creative e di potenziamento delle proprie capacità. Differentemente dalla legge 216/91, la legge 285/97 stabiliva che dovessero essere le regioni a stabilire la programmazione degli interventi territorialmente così come la ripartizione economica e verificare l’efficacia degli interventi. Hanno visto la luce quindi, mediante accordi di programma che coinvolgevano enti locali, ASL, centri per la giustizia minorile interventi organizzati all’interno di un unico piano della durata massima di un triennio. Tutto ciò si è concretizzato in progetti e/o servizi, assistenziali, riabilitativi, preventivi a volte di natura sperimentale.
Sempre più negli ultimi anni quindi si tende verso una prevenzione primaria con interventi che influiscono positivamente sulla qualità della vita degli adolescenti. Promuovendo socializzazione, benessere, salute, si cerca di fornire strumenti, sostegno, nel percorso evolutivo adolescenziale sempre più caratterizzato da complessità crescenti. Diventano residuali quindi gli interventi di prevenzione secondaria, rivolte alle fasce più marcatamente a rischio, in quanto già questo etichetta, e quelli di prevenzione terziaria, finalizzati a contenere la recidiva.
Sempre più negli ultimi anni quindi si tende verso una prevenzione primaria con interventi che influiscono positivamente sulla qualità della vita degli adolescenti. Promuovendo socializzazione, benessere, salute, si cerca di fornire strumenti, sostegno, nel percorso evolutivo adolescenziale sempre più caratterizzato da complessità crescenti. Diventano residuali quindi gli interventi di prevenzione secondaria, rivolte alle fasce più marcatamente a rischio, in quanto già questo etichetta, e quelli di prevenzione terziaria, finalizzati a contenere la recidiva.

L’adolescenza è una fase evolutiva in cui l’individuo deve affrontare una serie infinita di compiti avendo a disposizione risorse personali talvolta inadeguate, e sempre meno riferimenti culturali e sociali. Potremo identificare tre grandi aree che vedono impegnato l’adolescente.
La prima riguarda il processo di individuazione all’interno della rete familiare attraverso uno smarcarsi da valori di riferimento infantili; pensiamo alle adolescenze prolungate e alla difficoltà di molti giovani a lasciare la casa paterna, in confronto alla spinta a girare il mondo presente nelle generazioni passate.
Un altro aspetto dello sviluppo adolescenziale riguarda le trasformazioni del proprio corpo, la costruzione di una propria immagine non solo fisica ma anche mentale, l’accesso alla sessualità, e quindi la definizione di una propria identità, non sempre supportata da riferimenti culturali e sociali chiari e definiti.
L’ultimo compito riguarda la costruzione di nuovi legami e relazioni affettive. Si esce dal guscio familiare, si costruiscono le prime amicizie, i primi amori, i primi legami, quelli che non si scordano mai, proprio perché rappresentano un debutto.
Nell’affrontare il loro percorso evolutivo gli adolescenti impattano queste aree non sempre in maniera indolore; a volte si rivelano più impegnative del previsto, fonte di disagio, sofferenza, inducono a comportamenti inadeguati o incongrui, a volte esponendo a dei rischi.
Sembra infatti naturale a questa età la tendenza a intraprendere tutta una serie di comportamenti che espongono a rischi a volte anche gravi, come se fosse una parte ineliminabile del processo evolutivo.
In un processo di crescita il rischio è insito ogni qual volta si affronta una esperienza nuova, ci sono delle decisioni da prendere, il fallimento è in agguato, e la posta è alta se si considera che è in gioco l’affermazione di sé stessi.
Quindi è sempre una sfida, con gli adulti, con i genitori, a scuola, con gli amici, con il partner sessuale. Esistono però situazioni dove i comportamenti a rischio sembrano assumere una caratteristica particolare, eccessiva rispetto all’effettivo significato dell’atto. La trasgressione non è più solo un comportamento descrittivo dell’adolescenza, un tratto fase-specifico.
L’uso di sostanze, la sessualità, comportamenti antisociali o propriamente devianti, sembrano essere qualcosa di più che semplici manifestazioni del travaglio adolescenziale; vanno oltre lo sperimentare il proprio coraggio, abilità, sfidare le regole sociali; piuttosto sembrano assumere significati particolari, come l’espressione di un disagio che non trova altre forme condivisibili, o tante volte anche la ricerca di un contenimento esterno.
Esperienze degli ultimi anni evidenziano come una destrutturazione generale, una difficoltà evolutiva, sia un comune denominatore che caratterizza i ragazzi più esposti a vivere situazioni di rischio di comportamenti antisociali.
Tale destrutturazione può essere rappresentata da una vulnerabilità individuale, difficoltà ad accettarsi (i propri sentimenti, il proprio corpo con le sue funzioni, anche espressive) e ad esprimere le proprie emozioni a livello verbale, corporeo, affettivo in modo congruo, dall’intolleranza verso l’attesa e la frustrazione e dal non percepire l’altro come fonte di sostegno, la difficoltà a mantenere un impegno. Contribuiscono a questo quadro situazioni come famiglie problematiche (separati, carenze educative ed affettive) o ambienti sociali deprivati culturalmente o economicamente, atteggiamenti caratterizzati da scarsa autostima, instabilità emotiva, comportamenti provocatori, spesso collegati ad un percorso scolastico marcato da insuccessi, l’uso più o meno saltuario di sostanze stupefacenti.
Questi fattori combinandosi tra loro producono quei comportamenti che più marcatamente evidenziano situazioni di disagio che si manifestano con l’abuso di sostanze stupefacenti o alcolici, abbandoni scolastici, una continua violazione di norme, comportamenti che denotano una incapacità ad assumersi le responsabilità del proprio comportamento.
Il concetto di responsabilità, secondo un modello psicologico, implica la possibilità di assumersi un impegno all’interno di un legame sociale riconosciuto, di prefigurarsi le conseguenze delle proprie azioni, di essere capaci di riparare i danni commessi.
Sembrerebbe quindi che sia l’adolescenza stessa una condizione di rischio, caratterizzata da comportamenti trasgressivi, antisociali, devianti.
E’ importante distinguere allora quando certi comportamenti possono essere considerati specifici dell’adolescenza e quando connotino una più stabile strutturazione deviante.
Per spiegare la devianza minorile si fa riferimento principalmente a quattro gruppi di teorie, quelle psicologiche, sociologiche, psicosociali, e della costruzione sociale.
Tra le teorie psicologiche quella psicoanalitica individua in uno sviluppo evolutivo inadeguato le cause di comportamenti devianti, che si manifesta attraverso un tipo di personalità caratterizzato da incapacità ad interiorizzare delle norme, difficoltà ad instaurare delle relazioni affettive, insufficiente controllo dei propri impulsi, ricerca dell’appagamento immediato dei propri desideri. In termini metapsicologici ci si trova davanti ad un Io inadeguato e onnipotente e un Super-Io incapace di definire limiti. Il versante sistemico-relazionale attribuisce ad un certo tipo di relazioni familiare la genesi della devianza minorile.
Attualmente, pur non riducendo i fenomeni di devianza minorile a semplici sintomi di disturbi psichiatrici adolescenziali, si evidenziano situazioni casi in cui tali comportamenti sono ascrivibili a situazioni psicopatologiche. Fondamentale importanza nello sviluppo adolescenziale è rivestita dal gruppo dei pari, e quindi anche nel caso di comportamenti devianti. Nel gruppo l’adolescente soddisfa bisogni di appartenenza, diluisce la responsabilità dei propri comportamenti, sperimenta autonomie al di fuori della famiglia, scopre nuovi valori. E’ evidente come quindi un tipo di cultura di gruppo possa influenzare alcuni comportamenti piuttosto che altri, e come questa cultura sia il risultato dell’apporto di tutti i membri, che più o meno consapevolmente contribuiscono al suo mantenimento.
Il punto di vista sociologico ci mostra un panorama dove il comportamento è deviante rispetto ad un sistema di valori e norme riconosciute “normalmente”, ma assolutamente integrato e funzionale all’interno di quella che potremmo definire sottocultura. Questo sottosistema è regolato da principi orientati alla violazione delle norme e dei modelli di comportamento “normali” tanto da costituire una sottocultura che restituisce al singolo una sua identità ed un suo ruolo, permettendogli di conseguire obiettivi difficilmente raggiungibili in altro modo.
Una prospettiva che limita la dicotomia psicologia-sociologia si può trovare nelle teorie psicosociali, secondo le quali la devianza corrisponde all’effetto della risposta sociale sul singolo. Non è quindi l’atto in sé deviante, ma lo diventa nel momento in cui quel comportamento non è accettato socialmente. La progressione della risposta istituzionale, crea un apprendimento sociale che può portare l’individuo a condividere un percorso con altri con cui sente avere in comune norme e valori. L’identità deviante quindi non si strutturerebbe semplicemente secondo la teoria dell’etichettamento, ma attraverso un successivo processo di affiliazioneIl quarto modello descrive la devianza come una costruzione sociale operata da chi gestisce il potere e il controllo su classi svantaggiate che hanno più probabilità di essere oggetto di interventi di controllo sociale in quanto vittime di meccanismi di esclusione sociale e di emarginazione. Secondo questo modello interpretativo, l’attenzione va posta sul significato comunicativo dell’azione deviante, più che far riferimento a categorie quali personalità o ambiente socio-familiare.
La prima riguarda il processo di individuazione all’interno della rete familiare attraverso uno smarcarsi da valori di riferimento infantili; pensiamo alle adolescenze prolungate e alla difficoltà di molti giovani a lasciare la casa paterna, in confronto alla spinta a girare il mondo presente nelle generazioni passate.
Un altro aspetto dello sviluppo adolescenziale riguarda le trasformazioni del proprio corpo, la costruzione di una propria immagine non solo fisica ma anche mentale, l’accesso alla sessualità, e quindi la definizione di una propria identità, non sempre supportata da riferimenti culturali e sociali chiari e definiti.
L’ultimo compito riguarda la costruzione di nuovi legami e relazioni affettive. Si esce dal guscio familiare, si costruiscono le prime amicizie, i primi amori, i primi legami, quelli che non si scordano mai, proprio perché rappresentano un debutto.
Nell’affrontare il loro percorso evolutivo gli adolescenti impattano queste aree non sempre in maniera indolore; a volte si rivelano più impegnative del previsto, fonte di disagio, sofferenza, inducono a comportamenti inadeguati o incongrui, a volte esponendo a dei rischi.
Sembra infatti naturale a questa età la tendenza a intraprendere tutta una serie di comportamenti che espongono a rischi a volte anche gravi, come se fosse una parte ineliminabile del processo evolutivo.
In un processo di crescita il rischio è insito ogni qual volta si affronta una esperienza nuova, ci sono delle decisioni da prendere, il fallimento è in agguato, e la posta è alta se si considera che è in gioco l’affermazione di sé stessi.
Quindi è sempre una sfida, con gli adulti, con i genitori, a scuola, con gli amici, con il partner sessuale. Esistono però situazioni dove i comportamenti a rischio sembrano assumere una caratteristica particolare, eccessiva rispetto all’effettivo significato dell’atto. La trasgressione non è più solo un comportamento descrittivo dell’adolescenza, un tratto fase-specifico.
L’uso di sostanze, la sessualità, comportamenti antisociali o propriamente devianti, sembrano essere qualcosa di più che semplici manifestazioni del travaglio adolescenziale; vanno oltre lo sperimentare il proprio coraggio, abilità, sfidare le regole sociali; piuttosto sembrano assumere significati particolari, come l’espressione di un disagio che non trova altre forme condivisibili, o tante volte anche la ricerca di un contenimento esterno.
Esperienze degli ultimi anni evidenziano come una destrutturazione generale, una difficoltà evolutiva, sia un comune denominatore che caratterizza i ragazzi più esposti a vivere situazioni di rischio di comportamenti antisociali.
Tale destrutturazione può essere rappresentata da una vulnerabilità individuale, difficoltà ad accettarsi (i propri sentimenti, il proprio corpo con le sue funzioni, anche espressive) e ad esprimere le proprie emozioni a livello verbale, corporeo, affettivo in modo congruo, dall’intolleranza verso l’attesa e la frustrazione e dal non percepire l’altro come fonte di sostegno, la difficoltà a mantenere un impegno. Contribuiscono a questo quadro situazioni come famiglie problematiche (separati, carenze educative ed affettive) o ambienti sociali deprivati culturalmente o economicamente, atteggiamenti caratterizzati da scarsa autostima, instabilità emotiva, comportamenti provocatori, spesso collegati ad un percorso scolastico marcato da insuccessi, l’uso più o meno saltuario di sostanze stupefacenti.
Questi fattori combinandosi tra loro producono quei comportamenti che più marcatamente evidenziano situazioni di disagio che si manifestano con l’abuso di sostanze stupefacenti o alcolici, abbandoni scolastici, una continua violazione di norme, comportamenti che denotano una incapacità ad assumersi le responsabilità del proprio comportamento.
Il concetto di responsabilità, secondo un modello psicologico, implica la possibilità di assumersi un impegno all’interno di un legame sociale riconosciuto, di prefigurarsi le conseguenze delle proprie azioni, di essere capaci di riparare i danni commessi.
Sembrerebbe quindi che sia l’adolescenza stessa una condizione di rischio, caratterizzata da comportamenti trasgressivi, antisociali, devianti.
E’ importante distinguere allora quando certi comportamenti possono essere considerati specifici dell’adolescenza e quando connotino una più stabile strutturazione deviante.
Per spiegare la devianza minorile si fa riferimento principalmente a quattro gruppi di teorie, quelle psicologiche, sociologiche, psicosociali, e della costruzione sociale.
Tra le teorie psicologiche quella psicoanalitica individua in uno sviluppo evolutivo inadeguato le cause di comportamenti devianti, che si manifesta attraverso un tipo di personalità caratterizzato da incapacità ad interiorizzare delle norme, difficoltà ad instaurare delle relazioni affettive, insufficiente controllo dei propri impulsi, ricerca dell’appagamento immediato dei propri desideri. In termini metapsicologici ci si trova davanti ad un Io inadeguato e onnipotente e un Super-Io incapace di definire limiti. Il versante sistemico-relazionale attribuisce ad un certo tipo di relazioni familiare la genesi della devianza minorile.
Attualmente, pur non riducendo i fenomeni di devianza minorile a semplici sintomi di disturbi psichiatrici adolescenziali, si evidenziano situazioni casi in cui tali comportamenti sono ascrivibili a situazioni psicopatologiche. Fondamentale importanza nello sviluppo adolescenziale è rivestita dal gruppo dei pari, e quindi anche nel caso di comportamenti devianti. Nel gruppo l’adolescente soddisfa bisogni di appartenenza, diluisce la responsabilità dei propri comportamenti, sperimenta autonomie al di fuori della famiglia, scopre nuovi valori. E’ evidente come quindi un tipo di cultura di gruppo possa influenzare alcuni comportamenti piuttosto che altri, e come questa cultura sia il risultato dell’apporto di tutti i membri, che più o meno consapevolmente contribuiscono al suo mantenimento.
Il punto di vista sociologico ci mostra un panorama dove il comportamento è deviante rispetto ad un sistema di valori e norme riconosciute “normalmente”, ma assolutamente integrato e funzionale all’interno di quella che potremmo definire sottocultura. Questo sottosistema è regolato da principi orientati alla violazione delle norme e dei modelli di comportamento “normali” tanto da costituire una sottocultura che restituisce al singolo una sua identità ed un suo ruolo, permettendogli di conseguire obiettivi difficilmente raggiungibili in altro modo.
Una prospettiva che limita la dicotomia psicologia-sociologia si può trovare nelle teorie psicosociali, secondo le quali la devianza corrisponde all’effetto della risposta sociale sul singolo. Non è quindi l’atto in sé deviante, ma lo diventa nel momento in cui quel comportamento non è accettato socialmente. La progressione della risposta istituzionale, crea un apprendimento sociale che può portare l’individuo a condividere un percorso con altri con cui sente avere in comune norme e valori. L’identità deviante quindi non si strutturerebbe semplicemente secondo la teoria dell’etichettamento, ma attraverso un successivo processo di affiliazioneIl quarto modello descrive la devianza come una costruzione sociale operata da chi gestisce il potere e il controllo su classi svantaggiate che hanno più probabilità di essere oggetto di interventi di controllo sociale in quanto vittime di meccanismi di esclusione sociale e di emarginazione. Secondo questo modello interpretativo, l’attenzione va posta sul significato comunicativo dell’azione deviante, più che far riferimento a categorie quali personalità o ambiente socio-familiare.

I temi che il ludotecario affronta nel corso del suo lavoro sono estremamente ampi, così come i destinatari delle sue azioni sono tutti i cittadini, sia adulti che bambini.
Il ludotecario, però, è l'esperto del gioco, in quanto il suo specifico è "divertirsi divertendo". Occuparsi di gioco può, senza dubbio, essere interpretato come occuparsi di effimero, se si tiene conto di una società che ha posto al centro dei propri interessi il soggetto in grado di produrre, che diviene "oggetto" di addestramento: "spesso, quindi, si tende a specializzare prima ancora di avere educato".
In una società di questo tipo il bambino è prigioniero di desideri e aspettative che lo prescindono, di un'ottica custodialistica che gli impedisce di imparare secondo tempi "naturali" e fisiologici, sperimentando autonomamente se stesso e l'ambiente fisico in cui cresce, che perciò gli resta sconosciuto e gli appare angosciante.
Il gioco allora, in quest'ottica, è un'attività seria, di cui gli studi psicologici hanno chiarito gli aspetti importanti: "modificazioni della struttura dei rapporti coi coetanei..., funzione socializzatrice, funzione di trasmissione culturale".
Nella professione del ludotecario rientrano competenze che solo in parte possono coincidere con un percorso educativo preciso, ma che d'altra parte non possono consistere in un insieme di saperi di tipo esclusivamente pragmatico-esperenziale.
Le più disparate sono le strade attraverso le quali operatori provenienti dal campo dell'educazione o dell'assistenza sociale hanno iniziato sul campo il proprio tirocinio come ludotecari.
Di modo che risulta difficile formulare o sistematizzare qualunque proposta educativa in grado di garantire "patenti" di qualità e legittimità valide contro la professionalità che molti si sono costruiti sul campo: "Le ludoteche sono essenzialmente gestite da una figura professionale polivalente, il ludotecario, che in mancanza di precisi curricula, non ha uniformità di formazione.
Se l'area del cosiddetto "sapere" si caratterizza in un modo relativamente chiaro ed univoco per la ricorrenza delle discipline psicopedagogiche, già l'area del "saper fare", con il suo comprendere il mercato dei giocattoli oltreché l'offerta dei giochi, proietta il ludotecario in una dimensione dove l'auto-aggiornamento, la ricerca storico-scientifica, la presenza attiva nelle occasioni di dibattito e riflessione diventano fondamentali.
L'area del "saper essere" infine, con la sua insistenza sulle abilità relazionali, sulla flessibilità e sulla disponibilità a "saper divenire", proietta la formazione del ludotecario sul primato dell'esperienza e del tirocinio pratici, cioè su di un tipo di formazione intrinsecamente basato sull'alternanza.
L'esplicitazione delle competenze, come noto, costituisce una delle problematiche più complesse delle ricerche sulle professioni, tanto più quanto più, come nel nostro caso, le competenze si esercitano all'interno di contesti organizzativi non rigidamente strutturati, non articolati in funzioni e gerarchie precise ed in situazioni lavorative fortemente disomogenee ed imprevedibili.
Se l'area del cosiddetto "sapere" si caratterizza in un modo relativamente chiaro ed univoco per la ricorrenza delle discipline psicopedagogiche, già l'area del "saper fare", con il suo comprendere il mercato dei giocattoli oltreché l'offerta dei giochi, proietta il ludotecario in una dimensione dove l'auto-aggiornamento, la ricerca storico-scientifica, la presenza attiva nelle occasioni di dibattito e riflessione diventano fondamentali.
L'area del "saper essere" infine, con la sua insistenza sulle abilità relazionali, sulla flessibilità e sulla disponibilità a "saper divenire", proietta la formazione del ludotecario sul primato dell'esperienza e del tirocinio pratici, cioè su di un tipo di formazione intrinsecamente basato sull'alternanza.
L'esplicitazione delle competenze, come noto, costituisce una delle problematiche più complesse delle ricerche sulle professioni, tanto più quanto più, come nel nostro caso, le competenze si esercitano all'interno di contesti organizzativi non rigidamente strutturati, non articolati in funzioni e gerarchie precise ed in situazioni lavorative fortemente disomogenee ed imprevedibili.

La Ludoteca è un servizio centrato sul gioco, inteso come attività libera, regolata, impegnativa, autogratificante, di immaginazione fantastica, di arricchimento continuo, fine a se stessa.
La Ludoteca è un centro della cultura ludica che studia, valorizza e propone i giochi e giocattoli di una volta, di oggi e di domani.
La Ludoteca è un centro ricreativo, educativo, sociale e culturale che opera per realizzare una migliore qualità della vita infantile.
E' un servizio con sede fissa che proietta le sue attività su tutto il territorio.
La Ludoteca è un servizio rivolto, di norma, a bambini da 3 a 14 anni, ma può essere organizzato per ospitare sia i piccolissimi, sia gli adolescenti, sia gli adulti.
La Ludoteca è un luogo dove il bambino trova degli adulti, compagni di gioco, che aiutano quando e' richiesto ed insegnano a progettare e costruire.
La Ludoteca è un luogo dove il bambino può scegliere il gioco, il giocattolo, i compagni di gioco ed il tempo da dedicare al gioco.
La Ludoteca è un luogo dove il bambino può scegliere i materiali per la costruzione dei giocattoli.
La Ludoteca è un luogo di studio, raccolta e prestito giochi
La Ludoteca è un luogo di progettazione. di costruzione giocattoli e prototipi ludici
La Ludoteca è un centro di controinformazione sui giocattoli

La Ludoteca è un luogo dove si favorisce la libera espressività creativa
La Ludoteca è un luogo di incontro tra bambini di età, capacità e condizioni sociali differenti
La Ludoteca è un luogo di incontro motivato tra generazioni
La Ludoteca è un luogo dove il genitore può giocare con i propri figli.
In cosa consiste e da dove viene l'ippoterapia?
L’ippoterapia (dal greco hippos, cavallo e therapeia, cura) è l’insieme di tecniche mediche che utilizzano il cavallo per migliorare lo stato di salute di un soggetto umano.Già Ippocrate di Coo, nel V secolo a.C., prescrive l’equitazione a scopo terapeutico, eppure, questa pratica rimane nell'ambito ludico-ricreativo fino al XIX secolo, quando in Francia si inizia a utilizzare l'equitazione a scopo terapeutico.
L'ippoterapia viene poi introdotta in modo coerente e metodologicamente corretto, da Daniela Nicolas-Citterio negli anni ’70 del Novecento, che fonda l’Associazione Nazionale Italiana per la Riabilitazione Equestre.L’effetto terapeutico della riabilitazione equestre si basa sul particolare rapporto dialettico che si instaura tra il soggetto ed il cavallo, fondato su un linguaggio prettamente motorio, ricco di sensazioni piacevoli e rassicuranti, estremamente coinvolgenti sotto il profilo emotivo.
In poche parole, quello che il soggetto patologico, come bambini e ragazzi affetti da dislessia, disabilità, non può esprimere con altri soggetti umani, può esprimerlo col cavallo, perché, fin dalle fasi iniziali, a terra, la conoscenza dell’animale stimola e contribuisce a instaurare un senso di fiducia e sicurezza.
In seguito, il montare a cavallo rappresenta una vera e propria correzione globale contro le posture patologiche mentre il movimento ritmato e oscillatorio tipico del cavallo determina molteplici stimoli sensoriali e sensitivi che, se portati a maturazione, hanno effetti benefici sul paziente: controllo della propria emotività, sentimento di fiducia ed autostima, inserimento sociale.
L’ippoterapia (dal greco hippos, cavallo e therapeia, cura) è l’insieme di tecniche mediche che utilizzano il cavallo per migliorare lo stato di salute di un soggetto umano.Già Ippocrate di Coo, nel V secolo a.C., prescrive l’equitazione a scopo terapeutico, eppure, questa pratica rimane nell'ambito ludico-ricreativo fino al XIX secolo, quando in Francia si inizia a utilizzare l'equitazione a scopo terapeutico.
L'ippoterapia viene poi introdotta in modo coerente e metodologicamente corretto, da Daniela Nicolas-Citterio negli anni ’70 del Novecento, che fonda l’Associazione Nazionale Italiana per la Riabilitazione Equestre.L’effetto terapeutico della riabilitazione equestre si basa sul particolare rapporto dialettico che si instaura tra il soggetto ed il cavallo, fondato su un linguaggio prettamente motorio, ricco di sensazioni piacevoli e rassicuranti, estremamente coinvolgenti sotto il profilo emotivo.
In poche parole, quello che il soggetto patologico, come bambini e ragazzi affetti da dislessia, disabilità, non può esprimere con altri soggetti umani, può esprimerlo col cavallo, perché, fin dalle fasi iniziali, a terra, la conoscenza dell’animale stimola e contribuisce a instaurare un senso di fiducia e sicurezza.
In seguito, il montare a cavallo rappresenta una vera e propria correzione globale contro le posture patologiche mentre il movimento ritmato e oscillatorio tipico del cavallo determina molteplici stimoli sensoriali e sensitivi che, se portati a maturazione, hanno effetti benefici sul paziente: controllo della propria emotività, sentimento di fiducia ed autostima, inserimento sociale.
Oh! Che schifo quel bambino!
E’ Pierino Porcospino!
Egli ha unghie smisurate
Che non furono mai tagliate.
I capelli sulla testa
Gli han formato una foresta
Densa, sporca, puzzolente.
Dice a lui tutta la gente:
“Oh! Che schifo quel bambino!E’ Pierino Porcospino!

